Nuove forme di comunicazione che si adattano alla società post moderna (o forse anche post -postmoderna).
Ci si interroga sul cammino della comunicazione e sul suo futuro e l’analisi della transmedialità è oggetto di continue ricerche nel mondo. In un mio recente approfondimento ho fatto un’analisi che ha portato alla presentazione di una tesi specifica.
Ripropongo qui questo tema in una successione di articoli dedicati.
Si riconosce universalmente la paternità del concetto di “transmedia storytelling” allo
studioso Henry Jenkins che nel suo libro Cultura Convergente 19 edito nel 2006 lo
identifica come una forma narrativa che, grazie alla “collaborazione” tra differenti
tipologie di media, integra l’esperienza dell’utente finale che comprende anche meglio lo
sviluppo della storia narrata.
Per l’autore la crescita di questa nuova forma di racconto deriva da due fattori principali
che sono, da un lato, la sempre maggiore presenza di nuovi media (che includono per lui
anche i video games, ad esempio); dall’altro, che esiste un incentivo economico per
coloro che creano questi progetti.
Nel suo libro, Jenkins sottolinea anche la possibilità di una interazione sociale dei fruitori
della transmedialità, che possono attivarsi per creare spin off di alcuni video games o blog
di riferimento e gruppi di discussione per alimentare la narrazione.
In un successivo articolo redatto sul suo sito dal titolo Revenge of the Origami Unicorne20
(che raccoglie il lavoro all’Università ed un intervento al MIT) edito nel dicembre del
2009, Jenkins spiega anche i sette principi del transmedia:
1. spalmabilità versus penetrabilità;
2. continuità versus molteplicità;
3. immersione versus estraibilità;
4. costruzione di mondi;
5. serialità
6. soggettività;
7. performance.
Nel prossimo articolo andremo a spiegare nel dettaglio i vati punti.

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