Premessa
Ecologia dei media è un concetto che sta assumendo, nel corso degli ultimi anni, una rilevanza sempre maggiore all’interno degli studi della sociologia della comunicazione. Il grande dibattito sul ruolo che i mass media hanno nella società contemporanea ed il relativo aumento delle potenzialità del comunicare, grazie alle nuove tecnologie, aumentano la discussione e la necessità di approfondirne i temi legati.
Occupandomi ormai da venti anni di comunicazione ed informazione – ed avendo un passato da giornalista ed un presente di relatore pubblico – sento sempre di più la necessità di sviluppare l’analisi del ruolo dei media nella società contemporanea e di comprendere i ruoli e le parti che i singoli attori hanno nella stessa.
Questo, senza dimenticare anche l’aspetto Etico della comunicazione, che volge maggiormente all’interpretazione filosofica, ma che si interseca con gli aspetti dell’ecologia dei media.
La lettura di un recente saggio della rivista scientifica Sociologia della comunicazione, mi ha stimolato a inquadrare lo stesso nell’ottica contemporanea. Per questo ho avuto interesse a sviluppare ulteriormente il concetto, notando che, all’interno della sociologia italiana ed internazionale, questo particolare tema è molto attuale e ricco di studi.
La brevità dell’elaborato, tuttavia, non permette di approfondire con estrema puntualità i numerosi scritti sia delle prime fasi degli studi che odierni, ma ci impone di affrontare le ultime considerazioni in merito, senza dimenticare tutto il percorso effettuato dagli studiosi della materia. Il fine di questo breve scritto è quello di dimostrare come la sociologia contemporanea stia avviando una riflessione sui temi della media ecology e come esistano delle nuove idee che ben collimano con le trasformazioni in atto della società.
Per questo lo studio analizzato avvalla la tesi che ci sia un cambiamento profondo rispetto ai primordi teorici di Postman.
In particolar modo mi sono soffermato sull’articolo apparso sul numero 64/2022 della rivista ed intitolato: Rileggere la media ecology: ambiente, campo, figurazione, mediatizzazione di Giovanni Ciofalo e Marco Pedroni, professore associato alla Sapienza di Roma, il primo; professore associato all’Università di Ferarra (nonché anche past professore a E-Campus).
Introduzione
La storia del concetto di ecologia dei media ci riporta al 1968. Proprio in quegli anni lo studioso americano Neil Portman introduce l’espressione con una definizione ben precisa: «lo studio dei media in quanto ambienti […], il modo in cui i media influenzano la percezione e la conoscenza, le emozioni e i valori umani».[1]
È interessante approfondire il pensiero di Postman perché nel suo scritto originario pone le basi di questo nuovo ambito. Lo studioso di sociologia della comunicazione o, secondo la denominazione della New York University, “Ecologia dei media”, ha infatti «passato buona parte della sua carriera accademica a studiare come i mass media influiscono sulle nostre forme d’organizzazione sociale, sui nostri abiti mentali, sulle nostre concezioni politiche. Da qui il costante richiamo dell’ecologia dei media, primo grande parto postmaniano alla domanda lasciata in eredità da McLuhan: quali conseguenze sociali, culturali e politiche porta l’introduzione di una nuova tecnologia della comunicazione?».[2]
Proprio il grande studioso di comunicazione della Scuola di Toronto, Marshall McLuhan, aveva sostenuto che ogni medium crea un ambiente e cambia il modo di pensare e di vivere delle persone che a quell’ambiente appartengono.
«Sono queste le idee (domande) che, riprese sistematicamente da Postman in ogni suo scritto, possono meglio rappresentare il debito intellettuale nei confronti del professore di Toronto».[3]
Nella sua definizione, lo studioso americano intende la parola ecologia proprio nel senso proprio dell’antico greco: oikos e logos. Quindi si tratta di studiare il luogo, l’ambiente in cui si muovono i media e di capirne la relazione. Per lui, infatti, i media sono un vero e proprio ambiente nel quale l’umo scopre, modella ed esprime la sua umanità.
Postman è, a ragione, il precursore di questo filone di pensiero che si snoda per tutti gli anni successivi coinvolgendo studiosi da ogni parte del globo.
Già la sua allieva Christine Nystrom, qualche anno dopo, (nel 1973 per la precisione) nella sua dissertazione per il dottorato, aveva intuito il percorso di questa disciplina catalogandola come una realtà emergente.
Agli scritti di Postman sono succeduti numerosi altri pensatori (oltre ai suoi allievi diretti come la Nystrom) che hanno evidenziato altri aspetti di una materia in continuo movimento, grazie anche al sempre maggiore coinvolgimento delle nuove tecnologie.
Già alla fine degli anni Novanta, studiosi come Lance State hanno introdotto il forte impatto che le nuove tecnologie hanno sull’ambiente dei media.
Ma ci interessa molto l’aspetto che anche gli studiosi di sociologia della comunicazione italiana ed in particolare alcuno recenti libri dedicati alla materia.
Interessante in questo ambito le parole contenute nel prologo del libro Ecologia dei media di Paolo Granata.
Citiamo, infatti, un passaggio molto chiaro per comprendere l’argomento «Adottare l’approccio ecologico allo studio dei media, ovvero pensare i media in quanto ambienti mi auguro possa rappresentare per chi si accinge a leggere questo testo – studenti, studiosi, o semplici appassionati – l’avvio di una nuova esplorazione condotta con la consapevolezza di far parte di un più ampio sistema – umano, culturale, sociale, naturale – sempre aperto, dinamico, complesso e perciò oltremodo affascinante e stimolante. L’ecologia dei media intende infatti promuovere questo tipo di coscienza sistemica che sta alla base dell’approccio ecologico».[4]
[1] Postman N., The Reformed English Curriculum, in Eurich A.C., a cura di, High School 1980. The Shape of Future in American Secondary Education, Pitman, New York, 1970, pp. 161.
[2] Cit. da Wikipedia profile biografico Neil Postman
[3] Ibidem
[4] Paolo Granata ECOLOGIA DEI MEDIA Protagonisti, scuole, concetti chiave. FrancoAngeli, Milano, 2015
Capitolo 1
Lo studio parte, come è logico, dal sottolineare l’importanza dell’ambiente e sottolinea come questo approccio dei media studies sia fondamentale in quanto rappresenta un ampliamento delle prospettive di studio e di ricerca.
Gli autori fin da subito evidenziano la portata innovativa del concetto di media ecology nella valenza mutlidimensionale del concetto stesso di ambiente. Questo è un passo fondamentale perché arriva nella direzione dell’interesse dell’interazione tra gli ambienti ed i media e soprattutto il legame, che ai fini di questo piccolo studio, interessa nel collegarlo con la società.
Inoltre, proprio un passaggio dello scritto evidenzia come ci sia un ulteriore scatto in avanti dei recentissimi studi perché se ne parla in maniera specifica sostenendo che «ai fini di una possibile rilettura della media ecology ci è sembrato che un punto di partenza potesse ancora essere individuato nel concetto di ambiente»[1]
Nel mondo contemporaneo con le ansie ecologiche in atto, sicuramente è importante interrogarsi su questa metafora ecologica dei media che sono sempre più pervasivi.
Lo studio, quindi, si snoda attraverso la lettura degli scritti di Pierre Bourdieu ed in particolare soffermandosi sul suo concetto di campo. Per il grande pensatore questo termine indica una porzione dello spazio sociale in cui gli agenti lottano per ottenere la legittimazione. Ha, quindi, una connotazione “naturalmente” gerarchica ed ogni campo rappresenta una sorta di microhabitat.
Si potrebbe, a questo punto, aprire anche una parentesi specifica su quanto i microhabitat possono essere associati alla divisione, sempre più evidente, per gruppi sociali nonché ad una clusterizzazione della società contemporanea, come introdotto dal sociologo Giampaolo Fabris nel suo Societing.
Questo ovviamente amplia l’incidenza della media ecology nel quotidiano sociale. Pensiamo, ad esempio, al fatto che proprio all’interno del giornalismo ci siano grandi scontri tra microambienti differenti. Pensiamo alla questione degli influencer ed alle diatribe con i giornalisti.
È necessario leggere questo scontro tra gli ambienti perché questo crea anche una sorta di collisione con il resto dei microambienti. Il comune cittadino, infatti, si sta allontanando dai media anche per un’incapacità di lettura di alcuni scontri, oltre che ad una finta democratizzazione di accesso alle notizie, grazie alle nuove tecnologie. Ma questa collisione da me espressa in un’analisi personale e che si avvicina al pensiero di Bourdieu viene, in un certo senso, soprassata da un approccio differente che integra di più la società: si tratta del concetto di figurazione.
«Volendo declinare tale concetto dal punto di vista mediale, si potrebbe considerare il modo in cui lo sviluppo tecnologico della Rete e le modalità della sua fruizione da parte degli utenti abbiano generato una reciproca influenza che ne ha caratterizzato l’evoluzione. Pensiamo, per esempio, al cambiamento delle relazioni tra gli utenti e i content creator del web»[2].
Il tema della figurazione, che i due autori riprendono dagli studi di Norbert Elias, ben si integra nel ragionamento perché l’autore ha un approccio che è ecologico, nell’accezione utilizzata in questo contesto, perché si fonda sulla compresenza delle diverse parti della società.
Inoltre, lo studioso tedesco si concentra sui nodi che compongono le reti sociali. Certo questa sua visione ci pone in un’ottica differente, se non contraria, a quella dell’approccio di Bourdieu (che personalmente non escluderei a priori, ma anzi vedo integrata come sfaccettatura di uno stesso campo ecologico dei media, come ho descritto poco sopra).
La sua visione di interdipendenza delle varie componenti riporta ad una sorta di interazione continua tra i vari microambienti e porta ad una definizione precisa: convergenza ecologica.
Nella concezione eliasiana si ha un punto di cambiamento perché l’ambiente sociale e mediale diventano non più una somma ma interazione delle parti, alla luce della lettura recente fatta da Loyal e Quilley.
Lo spostamento di studio dei media non più come ambienti ma come figurazioni permette di potenziare la prospettiva ecologica. In questo passo di Ciofalo e Pedroni si concentra il focus della novità: «In sostanza, si concretizzerebbe il passaggio dall’idea di studiare i media come ambienti a quella di studiare i media come figurazioni. In questo modo, la prospettiva ecologica, ulteriormente potenziata anche mediante la messa in discussione della (superata?) centralità del concetto di medium, finirebbe per coincidere con l’analisi della portata sistemica della mediatizzazione, alla base degli attuali processi di riproduzione della realtà».[3]
Posta questa premessa ritorniamo insieme agli autori al fattore di incidenza dei media sulla società.
Lo facciamo seguendo il percorso lineare tracciato da Hjarvard teorico della mediatizzazione della società e quindi del rapporto dei media con i vari habitat. Interessante un aspetto di questo studioso che punta l’accento su un tema che poco sopra abbiamo accennato riguardo l’individuo. È chiaro per lui, infatti, che la mediatizzazione va ad influire anche sulla singola persona perché i media sono potenti strumenti di formazione e condizionamento.
Questo perché essi sono diventati istituzioni sociali ma anche si sono integrati nell’operatività di tante istituzioni sociali e sfere culturali.
La riflessione che ha visto intersecare il campo, la figurazione e la mediatizzazione porta alla questione finale. La media ecology ha tre dimensioni fondamentali toccate da quanto sopra. Nella definizione dell’oggetto di studio; nell’estensione dell’universo semantico; nella valutazione die tipi e degli effetti dei media:
L’oggetto di studio a seguito delle analisi svolte cambia rispetto alle origini e può assumere valenza di indirizzo o di prospettiva di analisi e di ricerca.
Dal punto di vista semantico, cambia completamente l’approccio ed anche la sostanza del termine ecologia che riguarda un ambiente trasformato
Il terzo punto è ben identificato con le parole degli autori che ci aiutano a centrare il concetto.
«.. nel campo della moda, l’intera industria diventa dipendente dalle piattaforme per la propria attività di comunicazione, e le piattaforme offrono una voce ai soggetti prima esclusi (gli influencer) che strutturano nuove regole di interazione tra produzione e consumo…»[4]
[1] Rileggere la media ecology: ambiente, campo, figurazione, mediatizzazione di Giovanni Ciofalo e Marco Pedroni Rivista di Sociologia della Comunicazione 64 – 2002
[2] Ibidem pag 12
[3] Ibidem pag. 15
[4] Ibidem pag 20
Conclusione
«In conclusione, dalla considerazione complessiva di ciascuno degli aspetti appena discussi ci sembra che emerga, in qualche modo, una rilettura della media ecology più affine alla mediatizzazione in atto».[1] La sociologia, quindi, leggendo le trasformazioni della società in corso, influenzate dall’utilizzo ormai costante delle nuove tecnologie, si è interrogata sui cambiamenti culturali e sociali che investono la società. Sono fortemente convinto che i media siano habitat fortemente intrisi della società e che, in qualche modo, cerchino di influenzarla od indirizzarla. Ma è altrettanto vero che questa prospettiva che emerge dalla nuova media ecology, ci porta sempre di più a comprendere come essi stessi siano a loro volta indirizzati da una società che non è più statica ma in continuo movimento, aiutata da un progresso tecnologico che, sa da un lato accorcia le distanze; dall’altro le aumenta a dismisura. In questo contesto sarà necessario verificare come gli studi media ecology possa assumere il valore di indirizzo ed ausilio.
[1] Ibidem pag 20
Bibliografia
Fabris G. Societing. Il marketing nella società postmoderna Egea, 2008
Granata P., Ecologia dei media. Protagonisti, scuole, concetti chiave, FrancoAngeli, Milano, 2015.
Loyal S., Quilley S. The sociology of Norbert Elias, Cambridge UniversityPress, Cambridge, 2004
Nystrom C., Towards a Science of Media Ecology, Doctoral Dissertation, New York University, 1973
Postman N., The Reformed English Curriculum, in Eurich A.C., a cura di, High School 1980. The Shape of Future in American Secondary Education, Pitman, New York, 1970
Postman N., Ecologia dei media. L’insegnamento come attività conservatrice, Armando, Roma, 1983
Rivista di Sociologia della Comunicazione 64 – 2002
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