Ogni giorno leggiamo notizie su modelli sempre più potenti, benchmark sempre più impressionanti e investimenti sempre più grandi. Sembra che la competizione nell’intelligenza artificiale si giochi esclusivamente sulla tecnologia.
In realtà, la partita più importante si sta svolgendo altrove.
Le aziende che guidano la rivoluzione dell’AI non stanno combattendo per acquistare software. Stanno combattendo per assumere persone.
Da mesi assistiamo a una corsa senza precedenti per attrarre ricercatori, ingegneri e scienziati capaci di progettare i sistemi che definiranno il prossimo decennio. Compensi milionari, acquisizioni mascherate da assunzioni, team interi che cambiano azienda nel giro di poche settimane. Non è una dinamica tipica del settore tecnologico. È una dinamica tipica delle industrie strategiche.
E forse è proprio questo il punto.
Per anni abbiamo raccontato l’intelligenza artificiale come una questione di macchine. Oggi stiamo scoprendo che il vero vantaggio competitivo continua ad essere umano.
I modelli possono essere copiati. Le funzionalità possono essere replicate. Persino i vantaggi tecnologici tendono a ridursi nel tempo. Ciò che resta difficile da replicare è il talento.
Questa consapevolezza dovrebbe far riflettere non soltanto le grandi aziende tecnologiche, ma anche governi, università e imprese. Perché se il futuro sarà sempre più guidato dall’intelligenza artificiale, allora la vera infrastruttura strategica non saranno i data center, ma le persone capaci di immaginare, costruire e governare questi sistemi.
Forse abbiamo trascorso troppo tempo a chiederci quale sarà l’intelligenza artificiale più potente.
La domanda che dovremmo iniziare a porci è diversa.
Chi saranno le persone che avranno il potere di costruirla?
Perché il futuro dell’AI potrebbe dipendere meno dagli algoritmi di quanto siamo disposti ad ammettere.
Consulente strategico, Relatore Pubblico, Sociologo e Formatore.
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