L’articolo di Francesco Morace, pubblicato su Mark Up, introduce una riflessione che merita di essere approfondita da chi si occupa di comunicazione nell’epoca dell’intelligenza artificiale. L’autore propone un concetto destinato probabilmente a diventare centrale nei prossimi anni: quello di endurance, ovvero la capacità di un marchio di durare nel tempo attraverso la forza del proprio patrimonio valoriale, andando oltre la velocità e la volatilità della comunicazione digitale.
È una chiave di lettura particolarmente interessante se osservata dal punto di vista dell’IA generativa.
Negli ultimi due anni il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sulla capacità dell’intelligenza artificiale di produrre testi, immagini e video in pochi secondi. Abbiamo misurato la qualità dei modelli, la velocità di produzione, la riduzione dei costi e l’aumento della produttività. Molto meno, invece, ci siamo interrogati sulla durata di ciò che viene creato.
La verità è che gran parte dei contenuti generati dall’IA nasce già con una data di scadenza. Sono perfetti per alimentare il flusso continuo dei social, catturare attenzione per qualche ora o seguire un trend del momento, ma raramente costruiscono memoria. E la comunicazione, quella che crea valore per un’impresa, non vive soltanto di attenzione: vive soprattutto di riconoscibilità.
È qui che il concetto di endurance diventa strategico. L’intelligenza artificiale può accelerare i processi creativi, aiutare nella personalizzazione dei messaggi e aumentare l’efficienza operativa. Ma non può sostituire ciò che rende unico un brand: la sua storia, la sua cultura, le sue scelte, la coerenza costruita nel tempo. In altre parole, può scrivere il racconto, ma non inventarne l’autenticità.
Per questo motivo il ruolo dei professionisti della comunicazione non si riduce con l’arrivo dell’IA. Al contrario, cambia profondamente. Sempre meno produttori di contenuti e sempre più custodi dell’identità delle organizzazioni. Se la tecnologia renderà la creazione di contenuti una commodity, il vero valore competitivo sarà la capacità di mantenere una direzione narrativa coerente negli anni.
L’intelligenza artificiale, quindi, non segna la fine del branding. Ne aumenta la responsabilità. Perché in un mondo in cui tutti possono comunicare meglio, saranno ricordati soltanto quei marchi che avranno qualcosa di vero da raccontare e la capacità di farlo con continuità.
In fondo, è proprio questo il significato più profondo dell’endurance: non resistere al cambiamento, ma attraversarlo senza perdere la propria identità. Ed è una lezione che vale anche per l’intelligenza artificiale.
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